LA PIU’ ANTICA DOTTRINA
SPIRITUALE DELLA NONVIOLENZA
di Claudia Pastorino
Da ventisei secoli esiste sul nostro pianeta un caposaldo della Spiritualità: il Jainismo, la Dottrina della Nonviolenza e dell’Amore universale.
Mai
fu compiuto in ambito spirituale passo più deciso e rigoroso nella direzione
dell’eliminazione della violenza.
Il
Jainismo entra in contatto con il Sacro nel suo livello più profondamente
universale.
La
regola aurea del Jainismo è: “VIVI E LASCIA VIVERE, AMA TUTTI, SERVI TUTTI”,
dove per “tutti” s’intende ogni creatura, umana, animale e vegetale, ma anche
la terra, l’acqua, l’aria....
Più che una religione, il Jainismo è un insieme di indicazioni per
raggiungere la retta condotta e la retta conoscenza, nell’assidua ricerca
dell’essenzialità e della purezza.
Qui non esistono un Dio o più Dei creatori dell’universo; viene proposta, invece, una spiegazione scientifica dell’origine dell’universo, eterno e increato.
Nel Jainismo vi è il superamento della necessità di rappresentare un creatore: Dio è l’Essenza vitale che anima ogni singola creatura nell’infinito universo, senza distinzioni né separazioni legate ai corpi materiali.
Ogni
vivente porta dentro sé stesso il marchio indelebile di una appartenenza più
grande; ogni vivente è, esso stesso, rappresentazione dell’Eterno, e aspira a
liberarsi del corpo materiale per rifondersi nell’Assoluto.
Il Jainismo propone un modo di vita nobilitante e ottimista per il
raggiungimento dell’armonia spirituale universale e dell’autoconsapevolezza,
attraverso la pratica rigorosa della Nonviolenza (Ahimsa) e
attraverso l’impegno personale finalizzato alla percezione della realtà cosmica
eterna.
Solo attraverso l’impegno individuale, infatti, è possibile porre fine
all’afflusso di karma (sia fausto che infausto) e svincolarsi così dal
ciclo trasmigratorio che incatena l’anima alla materia.
A differenza dell’Induismo, in cui l’uomo subisce il proprio karma, nel Jainismo è l’individuo che
interviene direttamente sul proprio karma.
Inoltre, a differenza del Buddismo, che propone la ricerca della “via
di mezzo”, nel Jainismo ogni individuo è dotato di un’anima propria attiva nel
processo della sua stessa Liberazione, e il distacco è un passaggio
indispensabile per ottenere la rifusione nell’Assoluto.
Il termine Jainismo definisce l’antica strada spirituale della Nonviolenza e deriva da Jina, “vittorioso spirituale”; designa colui che ha vinto sui propri nemici interiori e sulle cose terrene: attaccamenti, passioni, collera, paure, egoismo, odio, malignità, crudeltà, indifferenza, avidità,…..
Il Jainismo propone antiche tecniche di meditazione per l’ottenimento
della padronanza della dimensione interiore, attraverso la concentrazione e lo
sviluppo della percezione intuitiva.
Estraniandosi dal proprio corpo e dal proprio ego, ci si può avviare
con successo verso il raggiungimento della purezza, dell’equilibrio e della
serenità interiore.
Il Jainismo non è una religione esterna, simbolica o dogmatica; non
cerca di convertire le folle; qui non vi sono sacramenti, intermediari, un
papa, un organismo centrale, riti di iniziazione. E’ invece una Dottrina
spirituale molto ecumenica.
Il Jainismo invita a entrare in contatto con sé stessi, domandarsi
quale sia il proprio obiettivo ultimo, umiliare e abbandonare l’egocentrismo,
la vanità, l’egoismo, le passioni, fondersi con la Divinità, visualizzare e
rimuovere i nemici interiori, adottare la concentrazione e la meditazione:
questa è considerata la strada verso la vera umiltà e la vera Liberazione. Su questa
strada ci si può avviare nella direzione della pace, la salute,
l’autorealizzazione, la serenità e l’equilibrio.
Questa
strada è già segnata dentro il cuore di ciascuno; è necessario soltanto
imparare a riconoscerla e a percorrerla affinché l’ io individuale sia guidato
a fondersi con l’Io universale.
Il
principale Mantra jainista è il “Namokaar Mantra”:
“Namo Arahantanam,
Namo Siddhanam,
Namo Ayariyanam,
Namo Uvajjhayanam,
Namo Loe Savvasahunam.
Eso Pancanamokkaro
Savva Pavappanasano
Mangalanam Ca Savvesim
Padhamam Havai Mangalam”,
Omaggio ai
Precettori (Guide Spirituali),
Omaggio ai Maestri Spirituali,
Omaggio a tutti i Santi
del mondo.
Questo quintuplice
Omaggio
distrugge tutti i peccati
ed è il più importante
atto di devozione
meritorio”.
Per il Jainismo l’anima di ogni essere vivente -uomo, animale o vegetale, ma anche degli
elementi- è eterna e divina, e aspira a liberarsi dal corpo materiale per
raggiungere lo stadio di “Anima Liberata”.
Un essere umano degno di questo nome è insoddisfatto, perennemente in
cerca, mai pago. Chi possiede il
potenziale per estendersi e diventare un Buddha o un Mahavira è
scontento, inquieto, non perché voglia avere
di più nel mondo degli oggetti, ma perché vuole essere di più: più
consapevolezza, più coscienza, più Compassione.
L’obiettivo del Jaina è l’ottenimento di un’anima perfetta: l’anima perfetta possiede pura conoscenza, perfetta comprensione, potere personale ed onniscienza; l’anima perfetta potrà liberarsi dai karma accumulati nelle precedenti esistenze e porre fine al ciclo trasmigratorio di morti e rinascite. Occorre sciogliere il nodo tra l’anima e la materia, determinato dai frutti delle azioni che sono state compiute, sia cattive che buone, che generano inevitabilmente karma (negativo o positivo).
L’anima
(Jiva) è dotata di percezione e conoscenza: tramite la conoscenza degli
oggetti esterni l’anima accresce la conoscenza di sé stessa. Tutte le anime
sono potenzialmente divine; nessuna è superiore o inferiore a un’altra; tutte
sono potenzialmente onniscienti e sante; la santità non può arrivare o essere
impartita dal di fuori: è già dentro ciascuno, ed è lì che deve essere
ricercata, coltivata e perfezionata.
L’individuo ritorna a
fondersi con l’Uno, con l’Assoluto, con il nucleo eterno dell’energia vitale, e
si libera dalla sofferenza delle rinascite, soltanto dopo essersi completamente
liberato dagli attaccamenti, attraverso il distacco e la stretta osservanza del
comandamento dell’Ahimsa, la Nonviolenza attiva verso tutte le Creature:
questa è la via della Liberazione.
I
Jaina ritengono che per percorrere questa via sia indispensabile mangiare un
cibo puro e vegetariano, poiché, cibandosi dei corpi degli animali, l’anima
involve inevitabilmente nelle uccisioni, nella disperazione e nel dolore.
Presso
i templi e le comunità Jaina gli animali non devono dunque temere per la
propria incolumità; i Jaina organizzano alloggi (“Panjarpol”) per
animali anziani o feriti, e sovente acquistano animali dai macelli per dare
loro salvezza e ricovero.
All’interno
dell’universo, è detto, vi sono infinite vite e ogni vita è dotata di un’anima
eterna: per questo il Jainismo insegna la riverenza verso ogni forma di vita,
il vegetarismo, la Nonviolenza, la ricerca del miglioramento spirituale
individuale, l’opposizione ad ogni guerra: il Jainismo insegna a
riconoscere in ogni Creatura il proprio Sé!
Per il Jainismo è indispensabile la scelta vegetariana per avere
successo nel proprio percorso di miglioramento. Sia i laici che i monaci e gli
asceti osservano uno stretto regime vegetariano. Da quando poi l’uomo ha creato
l’industrializzazione della sofferenza e dello sfruttamento sugli animali, i
Jaina hanno ulteriormente disciplinato la Dottrina, sconsigliando tutti gli
alimenti di origine animale (latte, uova, latticini) poiché provengono da gravi
forme di maltrattamento.
Mangiando alimenti provenienti dalla violenza, è detto, l’individuo
involve nelle uccisioni e nelle sofferenze degli animali. Ingerire cibo
derivante dall’assassinio, dal violento sfruttamento, dall’angoscia, dal dolore
e dalla paura, disturba il progresso spirituale, e impedisce al corpo
immateriale di diventare puro e forte.
Una dieta naturale, semplice e nonviolenta è indispensabile per il
successo delle tecniche di meditazione e di concentrazione.
Certamente, riconoscono i Jaina, c’è violenza anche nell’uccisione dei
vegetali; la via più alta, ma difficilmente praticabile se non dagli asceti, è
infatti quella di cibarsi solo dei frutti rilasciati spontaneamente dalle
piante.
Ma, non potendo tutti adottare questo regime alimentare, è già un buon
passo avanti il non cibarsi dei corpi degli animali né dei prodotti derivanti
dalla violenza e dallo sfruttamento, limitando così il più possibile il
nocumento alle altre vite: si creda o
no alla trasmigrazione delle anime, è sufficiente visitare un mattatoio o un
allevamento intensivo di galline ovaiole o di bovine da latte per assumere una
decisione consapevole!
I Jaina si astengono anche dagli alcolici, poiché la distillazione
distrugge le vite nate dalla fermentazione, e consumano i pasti sempre prima
del tramonto, per non accendere fuochi che potrebbero uccidere delle vite.
I Jaina si dividono prevalentemente in due Scuole principali: Digambara
e Svetambara.
I Digambara (= “vestiti di
cielo”) sono gli asceti che hanno rinunciato completamente al mondo materiale:
vivono assorti nella contemplazione cosmica e non possiedono più nulla, né
casa, né famiglia, né lavoro, e neppure la ciotola e l’abito; essi possiedono
unicamente la scopa per spazzare il terreno prima di camminare, coricarsi e
sedersi, per non nuocere alle piccole creature, e la pezzuola sulla bocca per
non uccidere i batteri dell’aria. Questi asceti vivono del cibo offerto in elemosina,
che ricevono nel cavo della mano, digiunano, non parlano, stanno ritirati in
grotte o nei boschi, soprattutto da quando i musulmani e gli inglesi bandirono
la nudità dall’India. I Digambara vengono spesso ridicolizzati dagli
occidentali, poiché, ad un giudizio superficiale, rappresentano una totale
perdita di contatto con la realtà.
Per annullare il proprio corpo e ampliare la propria percezione
dell’universo, gli asceti digiunano, non parlano, stanno ritirati in
solitudine, cercano di espandere la sfera dell’extrasensorialità e della
percezione immediata ed intuitiva.
Per l’asceta Jaina, protrarre in modo consapevole il digiuno fino a
morire di fame (Sallekana) è la massima prova del rispetto verso ogni
forma di vita, a sacrificio della propria.
Gli asceti Digambara vivono in India.
Sia Digambara che
Svetambara sono generalmente molto colti avendo praticato lo studio delle
Scritture per lunghi anni; generalmente le monache Svetambara sono insegnanti.
Gli
Svetambara sono i monaci vestiti di un abito bianco; essi possiedono una
ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, la scopa, un bastone ben stagionato
(affinché non rinchiuda più alcun principio di vita) e la pezzuola per coprirsi
la bocca. Gli Svetambara sono indifferentemente uomini e donne, con una larga
maggioranza di queste ultime.
Gli Svetambara vivono sia in India che in alcune altre parti del mondo,
prevalentemente nel nord America.
Sia i Digambara che gli Svetambara, oltre a non cibarsi
di animali, si astengono anche da cipolle, patate, germogli, carote, poiché
estirpandoli dalla terra si uccide definitivamente la pianta togliendole la
possibilità di continuare a dare frutto; evitano il pane lievitato e i cibi
fermentati; non mangiano miele, raccolto mettendo in pericolo la vita delle
api; bevono l’acqua entro quarantacinque minuti se è stata filtrata ed entro
ventiquattro ore se è stata bollita, altrimenti la vita potrebbe rinascere.
Elemosinano il loro nutrimento dai laici senza danneggiare la natura, come le
api, che succhiano il nettare spostandosi sempre senza arrecare danno ai fiori
e senza avvizzirli.
Tutti loro si attengono liberamente a queste regole come massima
manifestazione di riguardo e di riverenza nei confronti della vita, qualunque
forma essa rivesta.
Nel Jainismo le donne rivestono, da sempre, un ruolo importante: le Saddhvi (monache Jaina) hanno
accompagnato Mahavira fin dagli inizi della sua predicazione e formano una
delle più antiche e rispettabili comunità religiose dell’India, attualmente due
volte più numerosa di quella degli uomini.
Mahavira (sesto secolo a.C.) fu il primo Saggio Jaina a noi conosciuto, ma la tradizione dei Saggi Jaina è precedente e si perde nella notte dei tempi; Egli enunciò i principi che avrebbero consentito a ogni individuo di raggiungere la Liberazione, proponendo due strade: una ascetica, che prevede la stretta osservanza delle regole, e una laica, non vincolante per quanto riguarda la castità e la proprietà. Il Saggio Mahavira non si considerava il fondatore del Jainismo ma il prosecutore di un’antichissima tradizione spirituale che Egli riprese completandola.
Il
predecessore di Mahavira è il Saggio Parswanath (ottavo secolo a.C.); prima di
loro vi furono innumerevoli altri Saggi Tirthankara. Solo gli
ultimi ventiquattro Saggi sono noti al mondo, anche se si conosce il nome del
fondatore mitico di questo sistema filosofico, il capostipite delle scienze e
delle arti, della divinazione e dell’astronomia, dell’Ahimsa, della metafisica
e dell’etica, dell’alchimia e della logica: il Saggio Rsabhadeva.
I fondatori del Jainismo, i ventiquattro Tirthankara (= “Costruttori
del ponte” o “Costruttori del guado”), elaborarono nel corso dei secoli
dottrine basate su Ahimsa, uguaglianza, Nonviolenza, Compassione.
I Saggi “Costruttori del ponte” ci indicano la via verso la
purificazione; tale cammino può essere intrapreso da ciascuno attraverso il
proprio sforzo individuale, nella direzione della propria anima, che è
essenzialmente pura, eterna, perfetta e increata.
Gli ultimi tre Saggi sono Neminath, Parsvanath e Vardhamana Mahavira,
agli ultimi due dei quali viene riconosciuta personalità storica.
Vardhamana (= “Colui che si accresce”) Mahavira (= “Grande Eroe”) visse nel sesto secolo a.C. contemporaneo
di Siddhartha Gautama – il Buddha-: entrambi si ribellarono al rigido sistema
delle caste e giunsero alla conclusione che per raggiungere la felicità non c’è
alcun bisogno dell’intermediazione dei preti: ogni essere umano può trovare da
solo e dentro sé stesso la divinità e la via verso la salvezza.
Come Siddhartha anche Mahavira
era figlio di un raja; crebbe nel lusso e nei piaceri, ma a
trent’anni abbandonò la casa paterna per ritirarsi in solitudine a meditare
sulla salvezza dell’anima e a raccogliere gli insegnamenti dei Saggi che
l’avevano preceduto.
Ancora nell’ottocento non era chiara, per l’occidente, la linea di demarcazione tra il Buddismo e il Jainismo; alcuni sostenevano che il Jainismo fosse una Scuola all’interno del Buddismo, altri ritenevano, al contrario, che il Buddismo fosse di derivazione jainista.
In
seguito venne finalmente approfondita e chiarita l’origine storica delle due
diverse Dottrine.
Sia Buddha che Mahavira presero le distanze dal sistema vedico a causa dei riti sacrificali che comportano l’uccisione di animali e a causa della divisione in caste.
Dei
Veda i Jaina accettano la teoria del karma (anche se ritengono
che l’uomo non subisca passivamente il proprio karma ma ne sia la causa
diretta e possa agire su di esso per modificarlo) e la teoria della
reincarnazione, e rifiutano gli altri aspetti dottrinali.
A differenza del Buddismo (dove non c’è un’anima individuale ma un
‘io-Tutto’ -Anatman-) nel Jainismo ogni individuo è dotato di un’anima
propria (Atman) che è attiva nel processo della sua stessa Liberazione.
Altra differenza sostanziale è che nel Jainismo la mortificazione del corpo è
un passaggio indispensabile per ottenere la Liberazione e la rifusione
nell’Assoluto, mentre Buddha, dopo aver seguito gli asceti e mortificato il corpo per anni, scelse di
abbandonare quella direzione per cercare la ‘Via di mezzo’.
Nella devozione dei Jaina i fedeli non domandano ai Tirthankara nulla
per sé stessi e nulla si aspettano dalla venerazione dei “Costruttori del ponte”: ritengono infatti che i Saggi vivano nel
proprio splendore, oltre le umane sollecitazioni, e non oserebbero
importunarli. L’isolamento dei Saggi è al di sopra di qualsiasi sentimento;
Essi non possono essere sfiorati dalle umane richieste; attraverso la
contemplazione e l’adorazione dei Saggi, il discepolo si avvicina gradualmente
alla purificazione che, però, non ottiene per il loro diretto intervento,
poiché i mezzi per l’evoluzione spirituale sono già tutti insiti dentro
l’individuo stesso.
I Tirthankara sono per i Jaina gli Indicatori della via da percorrere:
Essi non furono esseri divini né soprannaturali, ma uomini e donne come tutti
noi che, grazie ai propri sforzi personali, riuscirono a raggiungere
l’Illuminazione e la Liberazione.
Pur essendo nato come reazione al brahmanesimo, il Jainismo è molto aperto all’ecumenismo: infatti, in molti templi Jaina, si trovano statue di divinità di altri culti.
I
Jaina contrastano le superstizioni che popolano l’India e tutti quei riti
tradizionali praticati dai fedeli di altre religioni i quali ritengono che,
dall’esecuzione formale di quelle pratiche, possa derivare un qualche
miglioramento.
Attualmente
il Jainismo conta, in totale, circa dieci milioni di aderenti, la maggior parte
in India, ma anche numerosi negli Stati Uniti.
La
buona conservazione dei magnifici templi
e la sopravvivenza stessa dei monaci e degli asceti dipendono dai laici.
Per i Jaina attività come l’allevamento e l’agricoltura sono da sempre
proibite poiché arrecano danno a molte vite; quindi, dai tempi più remoti, i
Jaina laici si sono dedicati al commercio, alla finanza, alla politica,
abbandonando le campagne per le città; da secoli sono considerati abili
commercianti, resi ancora più affidabili dal fatto di non usare mai l’inganno o
la violenza, né con le azioni, né con il pensiero o le parole.
I laici Jaina costruiscono e mantengono templi, biblioteche, centri di
accoglienza, di meditazione e di studio; si dedicano a opere filantropiche come
la costruzione di ospedali, scuole, manutenzione dei luoghi di pellegrinaggio,
fondazioni educative e caritatevoli, centri veterinari e ricoveri per animali
anziani, reietti o malati.
In ogni villaggio jainista, accanto al tempio si può trovare una
scuola, una biblioteca e un dharamsala,
un rifugio dove chiunque (appartenente a qualsiasi religione o a nessuna),
purché pratichi la nonviolenza, può sostare per il tempo che desidera.
Non è raro che un laico, una volta cresciuti i figli, abbandoni ogni cosa per diventare monaco e devolva tutti i suoi beni.
I Jaina sono la sesta comunità religiosa dell’India, dopo gli induisti,
i musulmani, i cattolici, i sikhs, i buddhisti, e subito prima dei parsi e
degli ebrei.
Questi tolleranti maestri di
nonviolenza offrono l’esempio più luminoso di come si possano raggiungere le
alte vette della spiritualità, percorrendo la strada già segnata dentro
ciascuno di noi, senza bisogno di intermediari.
La
metafisica Jaina è dualista: al mondo materiale si oppone il mondo spirituale;
a ogni uomo è data la possibilità, già da questa vita, di slegarsi dai vincoli
con la materia e accedere alla condizione dell’Assoluto; per compiere questo
progresso spirituale, e cioè per “attraversare il ponte”, è necessario adottare
i “tre gioielli”: la Retta Fede, la Retta Conoscenza e la Retta Condotta.
La metafisica jainista dà
ampio spazio alla logica sul piano cognitivo per dimostrare il carattere
provvisorio e inesaustivo della conoscenza razionale.
L’universo jainista è molto ricco e composito: la Dottrina è codificata nei
minimi particolari; la conoscenza è descritta sempre nei dettagli: tutto deve
essere spiegato con chiarezza esaustiva affinché ciascun individuo possa
accedere alla comprensione. Nelle opere Jainiste si trova grande apertura
mentale, ampia cultura, l’uso di tutte le lingue dell’India.
Solo la conoscenza spirituale intuitiva (kevala) è perfetta, affidabile e certa; la conoscenza essenziale
risiede nel mondo invisibile.
Il Jainismo esprime una concezione estremamente vitalistica, secondo la
quale ogni Creatura animale o vegetale, ma anche il vento, la rugiada, la
terra, possiede un’anima spirituale pura che aspira a liberarsi dai vincoli con
la materia.
Al Jaina (monaco o laico) è richiesto un grande impegno personale sulla
via del miglioramento; il Jainismo propone un percorso tutto individuale: non
prevede la possibilità di delegare a “intermediari della religione” le proprie
responsabilità.
Il Jainismo supera la questione simbolica della definizione di Dio:
l’universo è già, per così dire, autosufficiente; contiene in sé stesso, e in
ogni creatura vivente, la divinità,
senza bisogno di descrivere un creatore.
Il riverbero divino si trova nell’energia vitale di ogni essere
vivente, nella natura e nel cosmo, senza bisogno di descrivere un primo
motore.
Ogni risposta è, eloquente nella sua miracolosa semplicità, qui dentro di noi e intorno a noi, senza bisogno di compiere riti formali o di aderire a religioni esterne.
Come
già accennato, tre sono le guide etiche da adottare, i “Tre Gioielli”:
Retta Fede (seguire l’esempio dei
ventiquattro Tirthankara), Retta Conoscenza (individuare la natura
profonda e autentica di sé stessi e della realtà), Retta Condotta (praticare le
cinque regole). Le cinque regole sono: la prima, la regola d’oro, è l’Ahimsa,
la Nonviolenza, ‘vivere e lasciar vivere’, simpatia, amore, Com-passione attiva
verso ogni Creatura vivente; le altre regole sono: verità e sincerità (Satya);
non rubare e non essere mai scorretti o sleali (Asteya); praticare
l’ascetismo -per i monaci- (Brahmacarya) o la fedeltà coniugale -per i
laici-; non possedere nulla -per i monaci- o dare
tutto il superfluo in beneficenza -per i laici- (Aparigraha).
Altre regole fondamentali nella condotta del Jaina sono: la pazienza,
la tolleranza, la fermezza, l’accettazione della derisione e l’accettazione del
dolore: pensiamo quanto l’osservanza di queste regole abbia formato la statura
e il valore di un grande Jaina come Gandhi!
I Jaina proteggono l’universo, la natura, ogni singola Creatura animale
e vegetale. Praticano la tolleranza e non giudicano; sanno che ogni scelta, per
essere autentica, non può essere imposta, ma deve provenire dal profondo
dell’individuo.
Nella
comunità Jaina, le disuguaglianze sono molto meno evidenti e i tabù sono
irrilevanti, rispetto al resto dell’India: niente vieta a un Jaina di pranzare
con un intoccabile, cosa impensabile per un brahmino.
Come ogni àmbito spirituale gnostico, il Jainismo propone la forma intuitiva e perfetta della conoscenza divina, senza bisogno di avvalersi dell’intermediazione dell’universo simbolico.
Il
Jainismo, contrariamente alle dottrine dogmatiche, accetta tutti i pensieri
come veri, in base alla ‘Teoria dei punti di vista’ o ‘della relatività della
conoscenza’: ogni cosa può essere vera e non esserlo allo stesso tempo, a
seconda del punto di vista. Questa teoria è chiamata ‘Anekanta-vada’, la
dottrina dei molti aspetti, (o ‘Syad-vada’, la dottrina del forse) e
poggia sulla teoria della relatività della conoscenza, per cui, a seconda del
punto di vista, lo stesso oggetto dell’osservazione può essere
contemporaneamente: vero, non vero, descrivibile, indescrivibile.
Grandissima
importanza viene riconosciuta all’intenzione, all’attenzione e alla costante
vigilanza: la
regola d’oro dell’Ahimsa deve essere applicata a trecentosessanta gradi
e in ogni momento della propria esistenza; è necessario essere sempre attenti a
non recare danni alle altre vite, poiché la disattenzione è sempre colpevole,
anche quando non reca violenza, così come la vigilanza è sempre pura anche se,
per una circostanza imponderabile, dovesse causare involontariamente una
violenza.
Nel
79 a.C. avvenne la separazione tra le due principali Scuole all’interno del
Jainismo, Digambara e Svetambara.
Fra
il 100 e l’800 d.C. vennero compilati numerosi Testi Sacri sia dalle comunità
di Digambara che dalle comunità di Svetambara.
Solo
nei primi anni settanta del novecento, i Jainisti indiani decisero di redigere
un testo comune e unanime per la divulgazione, nel mondo, della loro Dottrina:
per la realizzazione di quest’opera unitaria vennero riuniti in assemblea tutti
i monaci rappresentanti delle diverse Scuole.
Sri
Acharya Vinobaji, discepolo di Gandhi e studioso indiano di Religioni, insieme
ad alcuni collaboratori, studiò le raccolte dei Testi Sacri Jaina e stese una
prima versione dell’Essenza del Jainismo, sulla base della quale l’assemblea
elaborò all’unanimità la versione definitiva del SAMAN SUTTAM, suddivisa in
versetti sul modello del “Dhammapada”.
Nel
1975 venne data alle stampe la versione in prakrito con la traslitterazione in
caratteri latini: per la prima volta veniva pubblicato un lavoro unanime che,
finalmente, avrebbe potuto divulgare l’Essenza della mistica Jaina in tutto il
mondo.
Nel
1993 venne pubblicata, in India e negli Stati Uniti, la prima versione tradotta
in inglese.
Nel giugno 2001 è stata pubblicata per la prima volta in Italia la
versione tradotta in italiano: “SAMAN SUTTAM, LA PIU’ ANTICA DOTTRINA DELLA
NONVIOLENZA” (Arnoldo Mondadori Editore, Collana “Uomini e Religioni”), a
cura di Claudia Pastorino e Claudio Lamparelli.
Grazie
al suo messaggio di Amore e di Compassione attiva, il Jainismo si trova oggi a
essere in linea con il più rigoroso pacifismo, animalismo e ambientalismo
moderno: credo che, più che mai in questo tempo, il nostro pianeta abbia
bisogno dell’energico messaggio di fratellanza attiva con le Creature e con la
Creazione proposto dal Jainismo!
Nel
corso dell’anno 2002 saranno pubblicati in Italia i seguenti nuovi testi sul
Jainismo, a cura di Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti:
-
IL JAINISMO, saggio contenente, oltre a un’introduzione
alla Dottrina, il recentissimo aggiornamento dottrinale jainista “Il Libro
della Compassione”;
-
FIABE JAINISTE DALL’INDIA, le
ventiquattro più significative favole cariche di spiritualità.
Per informazioni e contatti:
massimo_tettamanti@hotmail.com